Reality Shock: viaggio nella realtà dei reality tipo Grande Fratello per capire dove stà l’inghippo.

di Giorgia Camandona

reality-shock.jpgChe cosa succede davvero oltre la facciata dei reality show? Siamo tutti diventati tanti concorrenti da eliminare, capaci solo di guardarsi l’ombelico? Paolo Martini va a caccia di risposte nel libro Reality shock, Aliberti Editore, in uscita in questi giorni. Un viaggio all’interno del macchinoso mondo dei cosiddetti programmi-verità. Punto di partenza: il denaro. «Che molte situazioni e frasi pronunciate nei reality siano scritte a tavolino è abbastanza comprensibile. Nessuno si sognerebbe di allestire una macchina così costosa senza garanzie di ricavarne effettivamente qualcosa. Ma da qui a pensare che gli amori e i melodrammi della gelosia siano sempre completamente inventati, o che interi episodi siano pianificati nei minimi dettagli, il salto è notevole». Insomma, qualcosa di vero c’è, ma perché uno show funzioni non possono mancare i soliti elementi da audience: amorazzi, drammi, sceneggiate, colpi di scena. Possibile che i concorrenti facciano tutto da soli? Sì, secondo Maria De Filippi, che sostiene che ormai la gente arriva ai casting già recitando un personaggio e sapendo ormai benissimo che cosa vuole la tv da loro. No, secondo un’inchiesta pubblicata all’inizio del 2006 dal settimanale americano Time, che titolava: «Benvenuti nel falsissimo mondo dei reality show, tutti bugie, trucchi ed inganni».

«Ci sono tre segreti per il successo di un reality - avrebbe commentato il direttore artistico della casa di produzione Endemol UK -: il cast, il cast e il cast». Ma non solo quello. Dove non arrivano i concorrenti, spesso portati al limite dagli autori grazie a privazioni, rivelazioni, clausura, arriva il montaggio. In tv - si spiega nel libro - esiste una tecnica chiamata “frankenbiting”, largamente utilizzata nei reality show. Nasce dal gergo politichese “sound bite” che sta a indicare la battuta fulminante, la provocazione vincente che porta un politico a ritagliarsi uno spazio nei notiziari. Il “frankenbite” (storpiatura che viene dall’hot dog “frankerfurter”) è una sorta di versione insaccata del “sound bite”, ovvero la frase smontata e rimontata in altro contesto fino a far dire al concorrente quello che si vuole. Cosa di cui, a onor del vero, molti fuoriusciti dai reality si lamentano.

Ma l’orrore non sta tutto qua, nei concorrenti un po’ artificiosi, nel sospetto che esista un copione scritto dagli autori e che i partecipanti al programma devono seguire. L’orrore vero sta negli eccessi. E nei decessi. Nell’agosto del 2007, nella savana nigeriana, un uomo è ufficialmente “morto di reality” durante la fase preparatoria di “Ultimate search”. Il programma era una specie di Isola dei non famosi che prevedeva prove di sopravvivenza tra cui, appunto, l’immersione in una palude lacustre da cui il concorrente Antony Ogadje è uscito cadavere. In un Grande Fratello europeo era passato senza gran clamore il suicidio di un escluso; nella primavera scorsa era stata accettata la finta morte in diretta di Brigitte Nielsen, messa in scena per un reality inglese; si è addirittura arrivati, in Olanda, alla spettacolarizzazione del dopo morte con le telecamere piazzate dentro una bara, a riprendere la decomposizione di un cadavere.

E infine nel libro si analizza la delicata questione cocaina, ipotizzando una connessione tra la droga e i suoi effetti eccitanti e i concorrenti dei reality show: «Una nuova terribile mazzata è poi la celebre inchiesta cosiddetta di Vallettopoli, partita dal giudice Woodcook di Potenza e allargatasi a Milano per la parte relativa al traffico di stupefacenti, in cui fanno capolino proprio diverse starlette da reality-show. Viene alla ribalta, guardacaso, la realtà di un largo consumo di cocaina negli ambienti vicini a questo piccolo mondo televisivo, che altre inchieste e vicende romane più volte hanno rivelato. In termini molto semplici è evidente la perfetta corrispondenza tra gli effetti principali della cocaina e il contenuto di un certo tipo di televisione tutta incentrata sull’ego-dilatazione dei protagonisti, sugli alterchi banali e sulle ossessività di piccolo conto, sul grado zero della capacità reale di ascolto e interazione con gli altri». Il resto, nel libro di Paolo Martini.

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