Renzo Arbore scopre l’acqua calda: la tv di qualita’ non piace
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Arbore riprende le parole di Baudo secondo le quali agli italiani la tv di qualità non piacerebbe a discapito di altri prodotti ben lungi da quel tipo target. Parafrasando queste parole sarebbe come se un’intervistatore domandasse ai conduttori di Sanremo 2008 i loro nomi: Chiambretti risponde “Io Piero” e Baudo “Io Pippo”
BAUDO DAL SOTTOSUOLO, INCAZZATO: “PRENDIAMOCI A PESCI IN FACCIA E FOTTIAMO IL PUBBLICO” – DEL NOX SI ACCONTENTA: ANCHE GLI OSCAR IN CRISI - GRASSO: LA SCIARELLI HA SPINTO IN UN POZZO IL FESTIVAL… “UN’ITALIA DI MERDA”? OH! BAUDITEL CHE NON SI RASSEGNA A UN MONDO DIVERSO FRIGNA: “L’ANNO SCORSO LANCIAI MORO E CRISTICCHI. LA DE FILIPPI MAI NESSUNO” MORO E CRISTICCHI? MACHISSENEFREGA! ALLORA MEJO LE RISSE CUTUGNO-FEGIZ
Baudo ‘ha ragione’, la tv ‘di qualita’ e non volgare non attira’. Renzo Arbore si interroga sul flop di ascolti di Sanremo. Arbore nota la mancanza in tv di giovani ‘che studiano, lavorano e portano a casa risultati’ e denuncia un ‘decadimento complessivo della qualita’ e della rappresentazione della realta”. A rincuorare Baudo ci pensa Mike Bongiorno e dice ‘non e’ il caso di preoccuparsi per gli ascolti del Festival’. Ma gli ricorda anche che ‘non deve dire parolacce’. Avranno ragione Baudo sostenuto da Arbore oppure è l’Italia a essere “di merda” ?
BAUDO: QUALITA’ NON PASSA SENZA SCANDALI E CAZZOTTI…
(Agi) - Gli ascolti del Festival di Sanremo non vanno bene “perche’ la qualita’ e’ difficile da far passare”. Cosi’ Pippo Baudo ha difeso il suo festival, alla seconda giornata di disfatta dal punto di vista dell’auditel. “L’evento non esiste piu’ se non c’e’ l’aspetto scandalistico - ha attaccato - allora scazzottiamoci, prendiamoci a pesci in faccia ma cosi’ fottiamo il pubblico e avremo un’Italia di merda”.
DEL NOCE, CALO ASCOLTI INNEGABILE E MOLTO SERIO…
(Agi) - Il calo degli ascolti e’ innegabile e molto serio. Fabrizio Del Noce, direttore di RaiUno, non si nasconde nella consueta conferenza stampa che ogni giorno apre i lavori del festival. Del Noce sta cercando di individuare le ragioni del calo- “E’ un buon festival - ha detto - con ritmo e curiosita’”. Un crollo - ha continuato - che “non e’ dovuto a aumenti della concorrenza televisiva”. Poi, ipotizza: “Colpisce che la notte degli Oscar abbia subito un calo negli Stati uniti. Probabilmente si stanno verificando strane aggregazioni per cui il pubblico segue un anno un avvenimento e l’anno successivo no. Non e’ una scusa, forse e’ l’unico argomento su cui riflettere”. Aggiunge Del Noce: “In assoluto gli ascolti sono altissimi per un programma in prima serata, ma non vanno bene per Sanremo. Tutti, Baudo, Chiambretti e gli artisti che avorano alla buona riuscita del festival lavoreranno per dare quella grinta che serve a risollevare da domani Sanremo”.
“VIDEO DI MERDA, FUNZIONA SOLO SE C’È LO SCANDALO”
(Alberto Mattioli per la Stampa) - C’è stato un momento in cui il Festival di Sanremo è diventato quasi una cosa seria. Per un attimo, la fiera della vacuità, il nulla al quadrato, la fuffa al cubo si sono trasformati in una specie di tragedia greca, scontrandosi con l’ineluttabilità di un fato che si chiama Auditel. È successo alle 12 e 48 di ieri, nella sala stampa dell’Ariston. Pippo Baudo, con le occhiaie più profonde del Grand Canyon, la voce roca e, in generale, l’aspetto di Napoleone la mattina dopo Waterloo, evoca «la tivù che inventarono i nostri padri», con l’idea «che anche uno che stava a Catanzaro, che mai sarebbe potuto andare al teatro Sistina, potesse vedere uno spettacolo del Sistina».
Ricordando le Canzonissime di our fathers e i Fantastico suoi, insomma la tivù sì bella e perduta, Baudo diventa lirico e, diciamolo, quasi struggente. E dire che aveva iniziato da quel democristiano non pentito che è: «Bisogna riflettere pubblicamente, quando i risultati acquistano questa dimensione». Dopo una sconfitta elettorale (anzi, «una flessione»), Rumor non sarebbe stato meno emolliente.
Poi però l’ex superPippo si accalora, si rianima, tenta l’analisi e perfino il contrattacco. Il teorema è semplice: di tivù di qualità che c’è ancora, ed è la sua. Ma, ecco il tragico intoppo, non ha più un pubblico, traviato dai reality e dal trash che tracima da tutte le parti. Infatti martedì il picco d’ascolto della serata senza ascolti si è avuto quando è stata riproposta l’ormai famosa lite fra Toto Cutugno e l’archeocritico che l’insolentiva.
Insomma, «l’evento - Pippo docet - non esiste più se non ha un aspetto scandalistico. Se avessi litigato con Chiambretti il pubblico si sarebbe acceso. Allora scazzottiamoci, pigliamoci a pesci in faccia, sputiamoci addosso: ma così il pubblico lo imbarbariamo, lo fottiamo. E così avremo un’Italia di merda».
Per inciso, l’espressione non è proprio il massimo della qualità, ma quando ci vuole ci vuole e si sa che perfino lord Baudo, quando è sotto pressione, diventa meno forbito. Come nel ‘91, dopo l’attentato mafioso alla sua villa, quando si esibì a favor di telecamera in un «Mi sono rotto il beep!».
Ma davanti ai giornalisti eccitati perché fiutano il sangue non va in onda solo il Baudicidio.
In realtà muore la tivù generalista, finisce la prima telerepubblica, l’idea anni Cinquanta del piccolo schermo che educa un grande Paese: «La televisione ha fatto crescere l’Italia e adesso la sta devastando. Paghiamo le conseguenze di una programmazione che ha via via abbassato la qualità». Ma, e qui Baudo ha lo scatto d’orgoglio, è inutile dire che è il gusto del pubblico, o meglio la sua mancanza, a fare la festa al Festival. E cita un altro padre di una patria che non c’è più, Giorgio Bocca: «Diceva che abbiamo inventato l’italiano medio per giustificare la nostra mediocrità». Morale: «Serve una crociata per la tivù di qualità. È un problema sociale ed è un problema di coscienza». E così sia.
Fra le giaculatorie di Del Noce, le battute di Chiambretti e gli affondi dei giornalisti, affonda anche la barca baudesca. Vie d’uscita per il Festival pare non ce ne siano. Ridurre le serate a un numero umanamente sostenibile? «La convenzione con il Comune di Sanremo ne prevede almeno cinque». Allora ridurre i cantanti? «I discografici non vogliono». Ripristinare l’eliminazione? «Non vogliono i cantanti». Far gareggiare solo i giovani? «Sanremo non è Castrocaro né Amici. E poi l’anno scorso il Festival ha lanciato Cristicchi e Moro, Amici non ha mai lanciato davvero nessuno». Almeno, allora, limitare la durata di ogni serata, che al momento fa invidia a Wagner: «Dipende dai cantanti. Se fossero meno potremmo finire per le 23. Gli ascolti dimostrano che fino a quell’ora il pubblico ci segue».
Poiché le disgrazie non vengono mai sole, scoppia nel frattempo l’affaire-Bertè. Preso atto e annunciate decisioni poi puntualmente arrivate in serata, tocca all’Auditel: «Ha parificato qualità e quantità. La tivù italiana sta diventando commerciale come quella americana». È il momento del gran finale: «Mi assumo tutte le responsabilità. Per giovedì spero che i duetti facciano il miracolo». Ma l’impressione è che Pippo lo dica per dovere di firma. La messa cantata di mezzogiorno sembra proprio una messa da requiem. E il festivalone? Riposi in pace.
IO, PIPPO E LA TV VIOLENTA
(Mario Luzzatto Fegiz per il “Corriere della Sera”) - Sono il giornalista rissoso che ha fatto registrare, con la replica chiambrettiana del suo alterco con Toto Cutugno, il record di ascolti della seconda serata. Da questo responso dell’Auditel Pippo Baudo ha tratto conclusioni amare: la gente si è abituata a una televisione violenta, diseducativa, spazzatura. un festival di qualità che quella stessa gente - abituata a programmi triviali e dozzinali - non segue più. Decenni fa, di fronte alle nostre critiche, Baudo e Maffucci usavano gli ascolti (enormi), che superavano i 15 milioni di spettatori, come una clava. Canzoni brutte? Lungaggini eccessive? Il giorno dopo le critiche venivano liquidate con il kalashnikov degli indici d’ascolto. Per la serie «i numeri ci danno ragione».
Ora che scende a picco, l’Auditel piace meno a Pippo. Che tuttavia, dopo aver scomunicato in conferenza stampa la rissa al Dopofestival («Allora scazzottiamoci e prendiamoci a pesci in faccia, ma così fottiamo il pubblico e avremo un’Italia di merda») l’ha puntualmente replicata (avendo poi dall’Auditel la conferma che nella tv di oggi «il delitto paga»). Di fronte a un calo di ascolti così vistoso, caro Pippo, le ragioni si contano sulle dita di almeno tre mani. Nessun cast canoro, nessuna superstar straniera, nessuna formula magica può inchiodare la gente davanti alla tv per quasi quatto ore (dopofestival esclusi) per cinque giorni spalmati sull’arco di sei.
Tutti i quotidiani hanno ormai diversi percorsi di lettura che vanno dai 10 minuti alle due ore. Sanremo non si è adeguata alla penuria di tempo, alla fretta della gente. Non esiste Sanremo in sintesi. Chi è interessato alle canzoni (e sono i più) se ne frega del contorno, dei balletti, delle vallette e degli attori con film in promozione. Non è corretto costringere chi è interessato alle canzoni a tirare l’una di notte per vedersi tutti gli artisti in gara. Il gigantismo di Sanremo lo hai inventato tu, Pippo, negli anni Ottanta. Altri tempi — senza Sky e senza Internet, senza YouTube e senza iPod. Da anni i critici musicali denunciano lo scollamento di Sanremo dal variegato mondo della musica che la gente ascolta.
E la risposta è sempre stata: «Sanremo è una grande festa che riguarda tutta la platea televisiva e non solo gli amanti della musica». Sarà. Ma adesso anche questa platea sta facendo le valigie, è diventata infedele e fa zapping col satellite salvo essere richiamata per qualche istante, dal modesto botto di un giornalista e un cantante che litigano. Per chi ama la buona musica il rimpianto per le edizioni brevi e intense resta molto forte. In molti programmi elettorali si promette la potatura delle istituzioni (ministeri, Senato, ecc). Anche Sanremo deve «potarsi». O almeno lasciare al pubblico la possibilità di ascoltare le canzoni senza altre zavorre.
In finale di articolo riproponiamo di seguito, per intero, il ragionamento di Francesco Specchia che abbiamo sopra citato: Ma è l’Italia a essere “di merda” ?
Dubbio atroce. E’ quest’Italia ad essere un Paese “ di merda” o questo Sanremo un Festival di cacca? Il dubbio è possente, escatologico, di ascendenza swiftiana (nel senso di Johnathan Swift, che già nel 700, prima di Del Noce, infilava lo sterco dappertutto). È lo stesso dubbio, sollevato in un tornado d’ira, da Baudo a difesa degli 8 milioni di fedeli e del 32.33% di share del proprio Festival, il meno visto della storia.
È il medesimo quesito che suggerisce a Pippo che «gli ascolti non vanno bene perché il pubblico vuole lo scandalo. La qualità è difficile da far passare e allora scazzottiamoci ma così fottiamo il pubblico e avremo un’Italia di merda…». È la domanda che lacera, dunque, le coscienze e i gusti nazionalpopolari. Proprio quelli del pubblico bue, che - finora- aveva premiato il Siddartha di Militello e che adesso, oddio, non capisce più. Vuoi vedere che, davvero, sbagliano gl’italiani? Vuoi vedere che se la Sciarelli con la tragedia di Gravina ti risucchia ascolti e la Juve su Sky ti mangia audience e Floris s’ingoia spettatori, la colpa non è d’un Festival narcotico e presuntuoso e alla veltroniana ricerca del consenso; ma è di Pippo e Pierino che non si «prendono a pesci in faccia»?
Il dubbio, in effetti, lacera. Specie chi -come noi- ha sempre considerato Baudo l’intrattenitore perfetto, un daimòn platonico, quanto di più vicino al concetto d’eternità: «Io non sono un semplice presentatore: io sono democristiano dentro, io odoro di Dc, ne sono pregno. Anzi, io sono la Dc: da 40 anni ci hanno provato in molti ad affondarmi. Io scivolo, caracollo, poi mi arrampico e a volte ritorno. Anzi ritorno sempre, come Casini e Mastella…», ci confessò in tempi non sospetti. Democristianamente, non che avesse torto. Baudo nel fisico ha 71 anni, ma dentro è più immortale di Berlusconi.
E se si dovesse ripercorrerne la sterminata agiografia che pare strappata alla penna di Brancati, bè, si dovrebbero ricordare: il papà avvocato e la tesi di laurea ripassata su un furgoncino di frutta e verdura; le recite patronali nei panni del figlio di Santa Rita e l’entrata in Rai sotto la spintarella d’un monsignore; le rovinose cadute e le luminose resurrezioni; i sorrisi di Andreotti, gl’impegni con D’Antoni e le proposte al Governatorato siculo da parte di Rutelli. Una vita frastagliata, insomma, e sospesa “tra il coraggio della verità e la codardia della ragione”. Tutto vero, per carità. Baudo è ancora un inaffondabile, uno dei migliori sulla piazza.
Eppure è talmente in sintonia col pubblico che lui stesso ora discrimina e condanna, da averne incarnato -come in un surreale ritratto di Dorian Gray- virtù e vizi. Soprattutto, vizi. Perchè, parliamoci fuori dai denti. Se, nel florilegio dei successi, c’è un uomo che ha cercato la rissa, che è incappato in incidenti giudiziari, che ha gestito familisticamente il video, che ha usato astuzie da bass’impresa e magniloqui nei settori più disparati; bè, quest’uomo è proprio il dottor Baudo Giuseppe. Non è per infierire.
Lasciamo stare il caso di Pino Pagano, fisioterapista bolognese e prezzolato aspirante suicida dalla balconata del Sanremo ’95, scoperto dall’allora inviato de La Voce di Montanelli Aldo Vitali, il quale, per quella profanazione, venne assalito con ferocia da Baudo nei camerini. Passiamo sopra al melomane picchiato alla Scala. Sorvoliamo sulla pena di poco inferiore ai due anni patteggiata nel 96 col pm Giovanna Ichino per concussione e false fatture assieme alla Venier e alla Lambertucci, di cui s’è persa la memoria. Memoria cancellata nello stesso anno, peraltro, sia sulla strana proclamazione del vincitore di Sanremo prima della chiusura delle giurie dello stesso anno, Ron (che aveva ricevuto Pippo nella sua villa di Garlasco per fargli correggere la canzone trionfatrice); sia sui premi dei quiz Rai concessi al salumiere del proprio manager. Tutta roba non correttissima e, per inciso, narrata e mai smentita nella biografia non autorizzata “Pippo e il suo clan” (Kaos) di Emilio Randacio. Tralasciamo, di Pippo, anche le rotture del contratto con Mediaset (che gli costarono un intero palazzo di risarcimento); o le uscite a rullo contro Enrico Manca che lo giudicò “nazionalpopolare” (ma, diavolo, lo era!) e il ddl Gentiloni; o le accuse di mobbing contro la Rai di Flavio Cattaneo; o gli attacchi a Prodi che «ha un’idea sbagliata della Rai, la sua tendenza è privatizzarla» e ai politici che «si devono occupare di cose serie » (e forse, qui, aveva ragione).
Ed evitiamo -per pudore aristocratico - di parlare di soldi. Ce li ricordiamo ancora i 700 mila euro di cachet prima bloccati dal ministro Nicolais (che voleva fissare i compensi massimi della Rai a 250mila), e, poi, miracolosamente sbloccati dal cosiddetto “decreto salva Baudo”. Potenza del demiurgo. Ignorammo, allora, il fatto, noi -come tutti gli italiani vessati dall’austerity e dalla pressione fiscale-; e lo facemmo proprio perchè l’anno scorso Sanremo era bello, belle erano le canzoni e bello era il dottor Baudo in versione francescana dopo abluzioni in un inedito bagno di umiltà. Ora però, umiltà sticavoli.
Ora noi siamo costretti a subire i “vecchi leoni” imbrancati per amicizia carissima, e la Bertè presuntuosa che inganna sul testo e sbraca sul palco, e le larghe intese sullo strazio di canzoni sciape e politicamente corrette (vuoi vedere che vince la Tatangelo coi suoi gay da macchietta?) Ora noi, gli ex fan di Pippo ridotto a Giovanni Verga dell’Ariston con la sua roba sotto lo smoking, siamo sconvolti. Noi, la massa pecoreccia e volgare dei guardoni di Sanremo, siamo le vittime di un nuovo delirio d’onnipotenza di Pippo, di nuovo convinto -come diceva Sacha Guitry- che la vanità sia la superbia degli altri. ..
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Scritto da RedazioneGFP Friday 29 February 2008 ore 06:33 in Festival di Sanremo 2008
