Chrome il browser di Google se ne fa un baffo della privacy
Chrome il nuovo browser di Google appena lanciato se ne fa un baffo della privacy, altro che Microsoft con IE o Media Player.
Dando corpo ai pensieri di molti navigatori, l’organizzazione pone l’accento sul rischio che Chrome il browser di Google si trasformi in quella che definisce “l’ennesima cinghia di trasmissione di informazioni private sul nostro uso del Web dentro i forzieri di Google”. Una prospettiva tutt’altro che remota, vista la mole di servizi di BigG integrata nel nuovo navigatore. Un problema, quest’ultimo, che non sarebbe neppure ristretto unicamente a Chrome. Anche Firefox nella versione 3.0 utilizza lo stesso meccanismo di autocompletamento nella casella delle ricerche (ma non nella barra degli indirizzi, in questo caso), e pertanto lo stesso tipo di informazioni viene scambiato ed eventualmente conservato a fini di studio nei database di Mountain View. Dando un’occhiata al traffico in uscita da Chrome, si registra comunque una massiccia presenza di molti indirizzi facenti capo a Google: uno su tutti sb.google.com, che corrisponde al servizio Safe Browsing di recente inserito anche nella Toolbar per Firefox. Per ogni request di un indirizzo, il dominio viene interrogato per chiarire se di sito benevolo o maligno si tratti: ma anche in questo caso si tratta di informazioni sulle abitudini e le preferenze dei navigatori, che Google sarebbe potenzialmente in grado di monitorare. Ma i problemi di Chrome non si fermano neppure qui. Sistemata la faccenda della EULA, che BigG ha spiegato essere una semplice disattenzione che ha fatto finire il testo di una licenza di un prodotto dalle caratteristiche diverse dentro il browser, restano sul piatto un paio di faccende: come l’indicizzazione anche dei siti reperibili su URL https, uno strano crash dovuto alla presenza di simboli non standard (come %) all’interno di un indirizzo, oppure un piccolo vizietto di gioventù che potrebbe svelare tutte le password ereditate da Firefox. Google, da parte sua, ha fatto sapere di non avere intenzione di conservare più del 2 per cento dei dati scambiati tra il suo browser e i suoi server. Una dichiarazione che dovrebbe suonare confortante, se non fosse che - come spiega l’esperto di sicurezza informatica Matteo Flora a Punto Informatico - i più maligni potrebbero pensare che BigG con quella cifra si riferisca all’intera mole dei dati che passa attraverso Chrome. Il 2 per cento di questa ingente quantità potrebbe anche corrispondere soltanto alla totalità delle URL richieste dal netizen, abbastanza dunque per tenere traccia di tutta l’attività online dell’utente. Continua la lettura »
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RedazioneGFP :: Sep.06.2008 :: Syndication


